The Shape of Water: Colori e incompiutezza

The Shape of Water: Colori e incompiutezza

Marzo 17, 2018 1 Di Poison El

“The Shape of Water”

Se esiste un film che può essere definito come strano, questo è senza dubbio “The Shape of Water”, ultimo lavoro di Del Toro e novello vincitore del “Premio Oscar” come miglior film.
La storia è molto semplice: nel pieno della Guerra Fredda (1962) l’esercito americano pesca dal fiume questa strana creatura, metà uomo e metà pesce. Sullo sfondo di una lotta oscura per poter esaminare, ed eventualmente sfruttare, la mostruosa creatura da parte delle due superpotenze dell’epoca, si svolge la storia principale: una giovane inserviente muta (e forse non solo, ma ne parlerò più avanti) viene a scoprire dell’esistenza della creatura e riesce a instaurarci un contatto, che diventa man mano una forma di comunicazione che sfocia gradualmente verso l’amore.
Confrontandomi con altre persone, ho notato come “The Shape of Water” sia un film allergico alle mezza misure: se siete in grado di passare sopra i numerosi difetti, probabilmente lo apprezzerete da matti, altrimenti lo detesterete. Andiamo quindi ad analizzare i difetti uno per uno, onde esser chiari dal principio.
La Protagonista: Rendere un personaggio muto è una semplificazione per l’attore, ma un incubo per chi poi deve montare le scene in modo tale che i dialoghi siano sempre comprensibili per il pubblico. Come spesso tuttavia accade nei film di Del Toro però, le cose difficili diventano facili e quelle facili diventano errori: infatti se da un lato il film ti permette di comprendere sempre cosa stia dicendo o facendo la protagonista, senza costringerti a perderti dettagli di scene per leggere i sottotitoli, stesso non si può dire per l’interpretazione di Sally Hawkins: è parsa spaesata e confusa nel suo ruolo, quasi come se avesse sempre paura di andare sopra le righe. In questo non è stata aiutata nemmeno dalla sceneggiatura: onestamente, dopo aver visto il film, non mi è stato chiaro se il suo personaggio avesse un leggero ritardo mentale o semplicemente mal scritto. E vista la natura incerta e bipolare della sua interpretazione, sono dell’idea che anche la Hawkins abbia avuto lo stesso dubbio.
L’amore: Non voglio perdermi in inefficaci e improbabili definizioni di amore in questa inadeguata sede, ma onestamente, su cosa si basa l’amore fra l’Uomo Pesce ed Eliza – la protagonista – ? Per tutta la prima metà del film lei lo tratta nello stesso identico modo con cui si tratterebbe un animaletto diffidente, mentre nella seconda metà l’Uomo Pesce non è comunque in grado di esprimere una – eventuale – personalità. Ergo perché si amano? E come può lei.- ma anche lui stesso – provare attrazione fisica per una creatura tanto diversa? Temo che l’ideale di amore che supera ogni diversità si sia spinto, in questa precisa occasione, leggermente troppo in là. A mio avviso le opzioni per dare un senso al tutto sarebbero state due: dare una personalità al nostro Uomo Pesce o rendere il loro rapporto non di amore, ma di forte amicizia. In ambo i casi la sequenza degli eventi sarebbe stata la stessa, ma avrebbe avuto un senso di gran lunga maggiore.
I momenti “How Conviently!”: Cos’è un momento “How Conviently!”? Sono quei momenti in cui vi è una palese forzatura di trama onde giustificare un determinato avvenimento. Cerco di spiegarmi: ponete che il personaggio A non sappia che il tizio B è morto, ma che se lo sapesse agirebbe in una certa maniera. Improvvisamente, senza che ci sia alcuna spiegazione, il tizio C manda un messaggio al tizio A dicendogli che il tizio B è morto, spingendo A a compiere un’azione piuttosto che un’altra. In questo caso, il fatto che il tizio B mandi il messaggio ad A senza motivo, è un momento “How Convienly!”.
Detto questo, “The Shape of Water” abusa di questi fastidiosi espedienti narrativi: sia per i comodissimi poteri dell’Uomo Pesce nel finale, sia per il fatto che la protagonista abbia la geniale idea di scrivere la data e il luogo in cui libereranno l’Uomo Pesce sul calendario della cucina, il tutto pur essendo ben conscia di avere l’FBI alle calcagna. Che senso ha scriverlo? Si tratta di liberare una creatura mai vista dall’uomo, non che tuo amante, in mare. In tutta onestà sono abbastanza sicuro che sia più facile ricordarsene che scordarsene, anche volendo.
I problemi principali del film, quindi, girano attorno alla sceneggiatura, a tratti balbettante e che non sempre riesce a far prendere sul serio il film allo spettatore. Tuttavia, come ho detto prima, questo film è stato molto criticato (giustamente), sia molto apprezzato. L’apprezzamento deriva da delle qualità che, se siete amanti di Del Toro, potreste intuire senza nemmeno leggere il resto della recensione.
I Personaggi secondari: Se prima ho evidenziato la mediocrità del protagonista, adesso giunge il momento di evidenziare lo splendore dei personaggi secondari. Partiamo dal mio preferito, Giles (magistralmente interpretato da Richard Jenkins). Il suo è un personaggio che scalda il cuore e riesce a farsi amare sin dalla prima scena: un pittore squattrinato che tratta la protagonista come una sorella minore, reso a tratti depresso tanto dal cattivo andazzo sul lavoro quanto dalla solitudine (non era facile essere gay negli anni ’60). Quando la protagonista lo coinvolge nel suo piano per liberare l’uomo-pesce, la sua vita sembra tornare ad avere un senso: più che la convinzione di star facendo la cosa giusta (che è pressoché assente sin quasi alla fine), è l’aver trovato “qualcosa da fare” a farlo rinascere. Da spettatore non ho potuto evitare affezionarmici e fare spudoratamente il tifo per lui.
Un altro personaggio per cui non si può fare a meno di provare affetto è Zelda (Octavia Spencer), logorroica e sarcastica amica della protagonista. Octavia riesce a dare al personaggio un carisma notevole, tanto da compensare – esattamente come Giles – la totale assenza di presenza scenica di Eliza.
Passando al fronte opposto, anche l’antagonista, ben interpretato da Michael Shannon, risulta essere un ottimo personaggio: nulla di troppo originale (sostanzialmente è il classico poliziotto violento e possessivo), ma la sua ossessione, specie sessuale, per la sottomissione è trattata davvero bene. Sia nella scena di sesso con la moglie, sia nel momento in cui fa delle esplicite avances sessuali alla protagonista, è evidente come a eccitarlo sia il fatto di possedere e sottomettere il prossimo. Con particolare riferimento alla protagonista, è chiaro come a stuzzicarlo sia il suo essere muta, tanto da spingerlo a chiederle maggiori dettagli al riguardo.
Senza dilungarsi troppo, anche il personaggio del Dottor Hoffstetler è assolutamente apprezzabile: tanto che avrei preferito avesse molto più spazio.
La Fotografia e l’idea di anni ’60: Andando sulle questioni tecniche si finisce inevitabilmente col dire sempre le stesse cose su Del Toro: ha una capacità unica nella gestione delle immagini e dei colori, alternando bruscamente colori caldi e freddi anche a seconda del tipo di scena. La casa della protagonista, ad esempio, è sempre saturato di colori come marrone, arancione e rosso, creando il contrasto con l’azzurro dell’acqua che correda numerose scene, prima fra tutti quella “romantica” fra l’uomo-pesce ed Eliza. In secondo luogo è resa davvero bene l’idea di “anni ‘60”: quanto nel modo di fare dei personaggi, quanto dalle immagini mostrate del “mondo esterno”, quanto – ancora una volta – alla scelta dei colori. Speciale menzione va fatta della sottotrama riguardante il Dottor Hoffstetler e lo spionaggio/controspionaggio fra CIA e KGB: per quanto sia difficile trattare temi simili, questi vengono inseriti con la giusta delicatezza e una spiccata verosimiglianza.
La Regia: Regia e montaggio permettono al film di avere un ritmo che, nonostante nella prima parte non accada granché, riesce a non annoiare e a risultare in qualche modo non troppo lento. Va sottolineato, e anche in questo non è nulla di nuovo per Del Toro, come ci sia una particolare cura nel curare le transizioni fra una scena e l’altra, giocando spesso sull’immagine stessa dell’acqua, che sia una goccia di pioggia o un vetro bagnato.
Traendo le conclusioni: di certo “The Shape of Water” non è un film perfetto, anzi: mi ardisco a definirlo una “forma evoluta” di “Crimson Peak”. Anche quest’ultimo, difatti, godeva dei medesimi pregi e difetti: protagonista anonima, momenti “How Coviently!”, finale discutibile e un po’ fiabesco, personaggi secondari strepitosi, fotografia ai limiti della perfezione, ossessione per i colori. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, Del Toro ha evitato di strafare, complicando le carte in tavola e riuscendo a ottenere esattamente il risultato che sperava di ottenere. D’altro canto però, oltre a ritenere che vi fossero film più meritevoli per l’Oscar come “miglior film”, questa pellicola suona un campanello d’allarme: se non riuscirà a correggere i suoi difetti atavici, o quanto meno a mitigarli, Del Toro rischia di rimanere un eterno incompiuto. Rischia di rimanere uno di quei registi che, nonostante una tecnica sopraffina, non riesce in alcun modo a regalare pellicole tali da entrare nella storia del cinema americano.

-Laky099

Chi è Laky099? Si chiama Luca, ha 25 anni e studia Scienze Politiche. Collabora come freelance per the Nerd’s family.