Diciamolo: per alcuni versi la retorica hollywoodiana sul razzismo ha rotto. Non perché non sia un problema o perché io lo voglia sottovalutare, anzi: oggi più che mai reputo il razzismo strisciante nella nostra società uno dei mali peggiori della nostra razza (e con “razza” intendo l’unica realmente esistente: quella umana). Non posso tuttavia negare che ad Hollywood spesso si è scaduti in atteggiamenti da puri “Social Justice Warrior”, vedendo del razzismo laddove non ve ne era o cominciando a combattere per battaglie assurde. È in questo contesto retoricamente fastidioso e spesso ridotto a un mero “Alt-Right VS SJW” che spunta fuori Blackkklansman: un’autentica perla in un cinema che insegue spesso goffamente il “politically correct”, ma che non riesce a capire (con qualche eccezione) che si può usare il “politicamente scorretto” e la parodia per veicolare un messaggio quanto positivo quanto giusto: “il razzismo è una merda”.

Trama 

Ron Stallworth è un poliziotto ed è nero. Inizialmente ostracizzato dai suoi stessi colleghi, diviene poi una pedina fondamentale per infilarsi nelle Pantere Nere, un gruppo dapprima politico e poi terroristico nato negli anni ’70 in risposta agli svariati movimenti razzisti degli States. Tuttavia, con una intuizione e una certa abilità nel mentire, riesce a stringere rapporti con il Ku-Klux-Klandi Colorado Springs via telefono e, collaborando con un collega bianco, riesce addirittura ad ottenere la tessera di membro e a “far carriera” nello stesso. Questa opera di “infiltrazione” dovrà risultare fondamentale per sabotare il clan ed evitare che vi siano ulteriori aggressioni razziste.

Blackkklansman.png

Per certi versi il ruolo di Ron è quasi diplomatico: sa che un attacco del KKK potrebbe suscitare una reazione da parte delle Black Panther e scatenare una lenta quanto letale escalation di vittime e terrorismo, ragion per cui si ritrova a dover affrontare lo stesso conflitto interiore che buona parte dei neri americani negli anni ’70 ha dovuto affrontare: “Qual è il mio popolo? Il Popolo nero? O il popolo americano?”
Ottimisticamente, Ron non ha mai avuto dubbi: lui è un nero americano, punto. Crede nella liberazione dei neri ma non nella rivoluzione, crede nel popolo americano ma non nell’America Bianca di origine Europea.
Vista con gli occhi di noi occidentali del 2019, specie dopo il governo Obama, la cosa potrà sembrare banale, ma sentirsi “Americani e neri” negli stati del sud degli negli anni ’70 richiedeva una dose di utopismo che supera anche quello dei Black Panthers.

Punti di forza

I punti forti del film sono sostanzialmente due, esulando dal lato tecnico: i personaggi e l’ironia.
I primi sono davvero l’elemento trascinante della pellicola, in quanto non ve n’è uno che non ricordi con piacere. Tutti i personaggi principali hanno una loro crescita, che li porta ad essere più o meno coinvolti nei fatti e ad agire di conseguenza: un esempio in particolare è Flip Zimmerman, collega di Ron di religione ebraica, che dovrà interpretare il ruolo di Ron nei contatti “umani” con il KKK. È anche bello vedere l’evoluzione della “compagna” di RonPatrice, che nonostante le posizioni estremiste arriverà a comprendere la “moderazione” e l’ideale del protagonista. Diverso, ma non meno positivo, è il modo in cui i cattivi vengono descritti: bifolchi, aggressivi, reazionari (se non esplicitamente nazisti) e complottisti, nati e cresciuti in un’America culturalmente arretrata e rurale, addestrata al culto delle armi e dell’auto-difesa del “tradizionale”. Sono questi a riformare “l’organizzazione”, il nome con cui nascondo il KKK, sotto la guida di David Duke, leader di questa congrega razzista e reazionaria. Su questo personaggio mi dilungherò nel finale, perché ci sono delle chicche interessanti.
L’altro punto di forza è, appunto, l’ironia: BlackKklansman non è “lagnoso” o melanconico, tutt’altro: è ironico, sarcastico, scritto in maniera leggera e potente allo stesso tempo: tratta temi serissimi senza mai prendersi sul serio e questo ha l’effetto di mettere in risalto tutte quelle scene che, invece, abbandonando l’ironia per far male allo spettatore.
In che senso far male allo spettatore? Qua si giunge al lato riflessivo della pellicola, quello che per me lo rende un candidato credibile all’Oscar insieme a una scena particolare che verrà raccontata nella parte tecnica.

Finale

Dopo il “finale” vero e proprio di Blackkklansman, vengono mostrate delle scene tristemente reali: dagli scontri in Virginia all’attentato di Charlotteville, in cui un suprematista bianco si è lanciato con la macchina contro una manifestazione antirazzista. In seguito, viene mostrato un comizio di David Duke. Sì, il “villain” del film esiste davvero e facendo un rapido giro su Wikipedia scopriamo aver avuto una carriera interessante: è effettivamente stato nel KKK, è effettivamente razzista, è effettivamente antisemita ed ha militato nel “Partito Neonazista Americano”. A rendere tutto drammaticamente ironico c’è un ultimo aspetto: questo simpatico personaggio è stato anche deputato nella Camera dei Rappresentanti della Louisiana (ergo sì, 50%+1 delle persone lo ha votato).
Ad aggiungersi a questo aspetto, che già fa venire l’amaro in bocca, c’è la consapevolezza che non solo Duke continui a propagandare le sue idee liberamente, ma che ci sia negli Stati Uniti chi nega l’esistenza di un problema legato al razzismo e che anzi, dica che tra i manifestanti neonazi, razzisti e filo KKK “ci sono molte brave persone”. A oggi negare una simile verità è insensato e bugiardo come negare che il riscaldamento globale sia responsabilità dell’uom… ah, già.

Come sempre, adoro le recensioni a due e stavolta è toccato a Laky. Prometto, non mi dilungherò troppo.

BlackKklasman è una grande pellicola che ha regalato una nuova visione – per quest’anno – sul razzismo. Dal punto di vista tecnico, Spike Lee è un grande regista. Diverse sequenze si meritano da sole l’oscar stesso. Come la sequenza di montaggio alternato su quello che accade al Ku-Klux-Klan e quello che accade durante la marcia studentesca. Il regista ha dimostrato di saper utilizzare il linguaggio cinematografico in maniera egregia per portare alla luce una tematica di cui – in questo periodo – si è parlato moltissimo, forse troppo.

Ottima interpretazione di Adam Driver dell’ebreo “non praticante” e dell’infiltrato nella “setta”. Non da oscar, ma questo attore ha talento e farà molta strada. Sicuro, non sarà l’ultima nomination che riceverà in futuro! Un po’ sotto tono John David Washington, ma non per questo negativa. Solo, rispetto a Adam Driver passa più che altro inosservata.

BlackKklansman.jpg

Unica parte negativa di Blackkklansman? La scena in cui lo sfondo si avvicina e i personaggi rimangono fermi, utilizzata solamente per mostrare che il Ku-Klux-Klan non era morto. Evidenziato dal fatto che la croce sta ancora bruciando.

Un film che merita riconoscimenti, sicuramente.

 

-Poison El &Laky.

Poison El

[Proofreader e Editor. Digital Content Creator. Blogger. Artist. Traveller. Aspirant Writer.]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: