Le risposte che cerchiamo sono fuori dalla nostra portata. 

Un viaggio personale e intimo, nello spazio profondo, alla ricerca di risposte su se stessi e sui traumi del passato.

Un campo elettrico scarica la sua forza alla velocità della luce e minaccia la sopravvivenza della Terra. L’origine viene identificata e il Maggiore Roy McBride (Brad Pitt) viene incaricato di liquidare il problema. La faccenda, però, non è così semplice perché Roy, soldato decorato ai confini della Terra, è il figlio di Clifford McBride, pionere dello spazio partito ventinove anni prima per cercare la vita su Nettuno. Arenata tra i suoi satelliti, la nave del padre è la causa delle scariche elettriche che stanno colpendo il Sistema Solare.
È Roy il cavallo di Troia per stanare Clifford: ma la via dei traumi è più tortuosa di quanto si possa pensare e sarà tra le stelle la risposta per tornare finalmente a casa.

Ad Astra non è solamente un science-ficton, è un viaggio introspettivo e personale in cui ritrovare le risposte di un passato colmo di dolore per un abbandono che ha lasciato responsabilità profonde e ferite che mai si richiuderanno. È l’atmosfera a rendere visivamente perfetta questa pellicola: il buio si accende di rosso e poi di giallo. Quello che accade è incerto, quello che però è sicuro è la bellezza del prologo: l’atmosfera onirica, la qualità del silenzio, dell’inquadratura, della luce.

È un film di James Gray, un uomo che trasforma in oro tutte le atmosfere che filma!
Gray torna nuovamente al principio stesso della tragedia, che persino Aristotele aveva riconosciuto come cardine: qualsiasi cosa facciamo non possiamo sfuggire al nostro passato.
Il focus è il rapporto padre-figli, padri megalomani che conducono i loro figli nelle segrete dei loro sogni fatali. In questo modo, una spedizione esplorativa prende un’altra dimensione, liberando questa volta in assenza di gravità, orientamento e ossigeno, le forze contraddittorie che guidano il desiderio ossessivo di avventura e di conoscenza.
Il montaggio diviene quindi l’essenza di una ricerca metafisica di quello che unisce e separa spazi e universi.

Ma Ad Astra non è il semplice racconto di un’ossessione, per questo Gray utilizza il genere della fantascienza: un linguaggio che dispiega le questioni che nutrono i suoi film: le diverse fedeltà conflittuali.

Come restare fedeli a se stessi senza tradire i propri padri? Diventare uomo è inscrivere il proprio nome nella storia famigliare o è rompere con la legge del padre?

Ancora oggi l’antropologia si interroga senza sosta, a seconda delle varie popolazioni analizzate.

Brad Pitt è uno degli elementi più interessanti di questo film. La sua interpretazione è toccante, ma non commuove. Ad Astra poteva aspirare a molto di più che essere un buon film: sceneggiatura zoppicante che verso la fine perde il contatto con il sensato, accompagnata dall’interpretazione poco adatta di Tommy Lee-Jones. Grazie al cielo abbiamo un’ottima scenografica, ottimi effetti speciali e una buona interpretazione di Brad Pitt.
Che sia forse il suo anno per una candidatura agli Oscar tra C’era una volta a Hollywood e Ad Astra?

Vedremo cosa combinerà in World War Z.

-Poison El

Poison El

[Proofreader e Editor. Digital Content Creator. Blogger. Artist. Traveller. Aspirant Writer.]

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