Due anni, due capolavori sulla guerra: Dunkirk rappresentava il nuovo capitolo sull’ossessione di Nolan per il tempo, scandito dal ticchettio ossessivo delle note di Hans Zimmer, quest’anno è il turno di 1917 di Sam Mendes.
L’anno scorso la Seconda Guerra Mondiale, quest’anno la Prima.


1917 potrebbe essere riassunto con: un lunghissimo piano sequenza necessario per raccontare un viaggio in un territorio ormai scovolto da anni di guerre feroci, lungo trincee scavate in un fronte quasi immobile, passando per le linee amiche e nemiche. Una missione disperata, anche se apparentemente banale: inviare un messaggio – fondamentale – a un altro battaglione. Non una guerra verticale, aerea o marittima, ma una guerra tra soldati. Una missione che coinvolge due soldati che devono percorrere chilometri e chilometri come se fosse una gara atletica, nel minor tempo possibile, vista l’urgenza.

George MacKay, insieme al compagno Dean-Charles Chapman, devono portare il messaggio. Sono facce pulite, giovani, coraggiose quelle a cui il regista affida i ruoli dei protagonisti. Entrambi convincono e conquistano il pubblico, che per tutta la durata del film soffre, esulta, respira e piange con loro. Due volti in realtà poco conosciuti, le quali si trovano di fianco figure carismatiche, famose, taluntuose, quali: Benedict Cumberbatch, Colin Firth, Richard Madden, Mark Strong e Andrew Scott.


Non c’è una visione di insieme, riprese dall’altro o qualsiasi altra cosa: qui c’è solo la maestria talentuosa di un regista che ha scelto la via più impervia: pochissimi, se non quasi inesistenti, stacchi di macchina. Un lungo piano sequenza di corse, lanci nei fiume per sfuggire a bombe e spari, tentativi di strisciare in terreni aridi e fangosi, tutto attraverso una missione personale all’interno dello schema complessivo di un conflitto che cambiò il mondo.

La guerra sarà anche sullo sfondo, ma è così presente, tangibile, che allo spettatore non resta che emozionarsi e commuoversi. Non resta che percepirla in ogni sua forma: nella paura, nel tradimento, nella richiesta di rimanere.

Se Salvate il soldato Ryan aveva la sopravvivenza di una singola persona per il suo valore simbolico, qui la missione è personale, ma il risultato mette in primo piano il bene collettivo, le tante vite che, se questo messaggio venisse consegnato, salverebbe.

Un film che coinvolge fin dalla prima inquadratura, complici il talento del regista e del direttore della fotografia Roger Deakins.

Candidato per: Miglior film, miglior regia, Miglior Colonna Sonora, Miglior Montaggio Audio, Miglior Sonoro, Miglior Fotografia, Migliori Effetti Speciali, Miglior Trucco, Miglior Sceneggiatura Originale.

 

Una pellicola che segnerà questi Oscar.

 

-Poison El

 

 

Poison El

[Proofreader e Editor. Digital Content Creator. Blogger. Artist. Traveller. Aspirant Writer.]

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