Il 3 aprile, durante la quarantena, la Casa di Carta parte 4 è uscita e sta facendo molto dibattere. Ma partiamo dall’inizio.

La Casa de Papel, ormai è diventata con le prime due parti un fenomeno mondiale. Non solo in quanto serie, ma soprattutto tramite i suoi simboli: la tuta rossa e la maschera di Dalì. Come sappiamo, si vedono in tutto il mondo durante manifestazioni e cortei al ritmo della famosa canzone partigiana Bella Ciao.

PRODUZIONE

Serie crime spagnola, creata da Álex Pina, La Casa di Carta parte 4 è stata inizialmente concepita come auto-conclusiva in 15 episodi usciti sul canale Antena 3. Netflix ne acquisì i diritti alla fine del 2017 ritagliando la serie in 22 episodi più brevi.

Nell’aprile 2018, Netflix rinnova la serie con un budget significativamente più alto per altri 16 episodi: la parte 3, con otto episodi, gli altri 8 abbiamo potuto vederli negli scorsi giorni.

La serie è stata girata a Madrid, in Spagna. Porzioni significative della parte 3 e 4 le girarono a Panama, in Thailandia e a Firenze. Il maggiore sostegno finanziario ha consentito la creazione di oltre 50 set in cinque location in giro per il mondo.

La serie ha ricevuto il plauso della critica per la sua trama sofisticata, i drammi interpersonali, la regia e per aver cercato di innovare la televisione spagnola. Nel 2018 è la serie, lingua non inglese, più seguita e una delle più viste su Netflix.

La Casa di Carta parte 4
La Casa de Papel: un fenomeno mondiale

 

REGIA

L’aspetto e l’atmosfera delle scene sono state sviluppate prendendo come base un colore primario il rosso. Elemento diventato una delle caratteristiche distintive della serie che sovrasta i set prevalentemente grigi. Invece contrassegnarono blu, verde e giallo come colori proibiti nel design di produzione. Per ottenere l’effetto desiderato i toni rossi sono stati testati con diversi tipi di tessuti, trame e illuminazione.

L’iconografia delle tute rosse rispecchiava il codice di abbigliamento della prigione gialla in Vis a Vis, in cui ha lavorato molta parte della produzione e anche la nostra amata Alba González Villa (Nairobi).

Per la parte 3, la società italiana di abbigliamento al dettaglio Diesel ha modificato le tute rosse per adattarsi meglio al corpo e ha lanciato una linea di abbigliamento ispirata alla serie. Salvador Dalí è stato scelto come design della maschera dei ladri a causa del suo volto molto riconoscibile che funge anche da iconico riferimento culturale.

Priorità: soldi o trama?

Se vi interessa approfondire tutte le curiosità, vi consiglio di guardare il documentario La Casa di Carta: Il Fenomeno disponibile su Netflix.

CRITICA

Lo schema narrativo è una caratteristica fondamentale della serie, si basa fondamentalmente su due schemi letterari: narratore esterno, Tokio, e i flashback. Il primo usato per calare lo spettatore nelle scene, i secondi per spiegare meglio i meccanismi del crimine, almeno nella prima e nella seconda parte.

Forte critica nel proseguo della trama è proprio dovuta alla grande quantità di questi ultimi. Infatti la principale accusa su questa serie è che si cerchi di allungare sempre di più il brodo. La critica definisce la maggior parte di queste scene ripetitive e inutili, riferendosi soprattutto al matrimonio del fratello del professore.

Quindi la domanda che si pone il pubblico è: vogliono diluire la trama per fare più puntate e quindi più soldi o è mero fan-service dovuto al successo del personaggio di Berlino?

Nelle prime due parti tutto era calcolato al secondo, sia il piano che il ritmo della trama, lo spettatore non si poteva staccare dallo schermo. In queste ultime due stagioni è mancata tutta l’accortezza al dettaglio che denotava le precedenti.

Ci sono due fatti da tenere a mente in questo caso. Primo, la serie poteva finire alla fine del primo colpo, per molti fan è così e non prendono in considerazione ciò che avviene dopo a priori. Secondo punto è invece il legame col piano: nel primo colpo lo spettatore era partecipe al 100% per ogni fase, al colpo alla banca di Spagna invece siamo forse più vicini emotivamente ai personaggi che possiamo conoscere sempre meglio, ma non siamo più parte della banda.

Quindi mi chiedo: è stato il budget più alto, le troppe possibilità, le direttive dall’alto o le poche idee date dall’esiguo tempo di produzione a causare questo cambio di rotta?

Io credo che tirare le somme adesso sia prematuro, aspettiamo il risultato finale e vediamo se ripudiare a no questo secondo furto.

Troppi flashback?
Troppi flashback?

 

-Nihail

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: