Negli ultimi anni, l’Italia sta scoprendo il mondo della letteratura persiana: varie iniziative editoriali stanno portando alla luce un tesoro di storie e mondi nuovi, di un paese contraddittorio e difficile ma ricco di cultura. In questa linea si inserisce la nuova traduzione di Anna Vanzan della Civetta cieca di Sadeq Hedayat, la prima direttamente dal persiano all’italiano, uscita a febbraio 2020 per Carbonio Editore.

È difficile definire che tipo di testo sia La civetta cieca, così come non è facile darne delle indicazioni di trama. È un romanzo breve che segna un’innovazione all’interno del panorama letterario iraniano, tanto da essere definito il suo primo romanzo moderno.

Sadeq HedayatSadeq Hedayat

Per capirne meglio l’opera, è importante conoscere qualcosa della vita di Sadeq Hedayat, coltissimo scrittore iraniano, vissuto nella prima metà del Novecento. Di famiglia nobile e agiata, studiò a Teheran e poi a Parigi, viaggiò in India e studiò i grandi autori europei. Ma il fato gli diede in sorte anche una perenne ossessione per la morte, che lo portò al suicidio nel 1951. Era un uomo colto e amava follemente la cultura del suo paese, quella alta così come le tradizioni e il folclore. Tutti questi elementi si ritrovano nelle sue opere insieme a una forte componente anticlericale e a un linguaggio diretto ed esplicito che lo resero inviso allo scià conservatore Reza Pahlavi, e all’attuale regime religioso.

La civetta cieca

La civetta cieca è il racconto della discesa agli inferi di un uomo condannato, segnato dalla morte fin dalla giovane età, nel quale non è difficile riconoscere il riflesso dell’autore. Il testo perde del tutto la linearità della trama ma si svolge in uno stato ipnotico, a metà tra il sogno e l’incubo. Si perde ogni riferimento su cosa sia reale e cosa sia un parto della mente, alterata dai fumi dell’oppio.

Il centro della narrazione è il protagonista con le sue visioni, nelle quali si alternano passato e presente, senza stacchi e con scene La civetta cieca - Copertinaripetute, come in un delirante gioco di specchi. Alcuni personaggi ritornano ossessivamente: un macabro macellaio, un rigattiere meschino e lussurioso, una donna bellissima che è un’estranea, ma anche la moglie del protagonista. E proprio questa donna, da lui chiamata la Sgualdrina, ritorna ossessivamente: lei, così bella e voluttuosa, ma altrettanto fredda e scostante nei confronti del marito, che invece la ama e ne è tormentato.

I personaggi ricorrenti hanno anche una funzione di critica sociale: sono personaggi meschini, rozzi, bassi, ma tristemente adatti a vivere nella loro realtà. Il protagonista, al contrario, non trova il suo posto, si rinchiude nella sua piccola stanza buia, incapace di adattarsi alle bassezze del mondo. Questa critica, insieme a quella forte ed esplicita alla religione, e alla componente erotica, impedirono a Hedayat di pubblicare in patria fino al 1941. Pubblicò invece in India, paese dal quale ricevette molte suggestioni, presenti nei suoi testi. Come presenti sono quelle derivate dalla letteratura occidentale. Come non riconoscere nelle visioni allucinate, nell’attrazione per la morte di Hedayat un richiamo al decadentismo, a Poe o a Kafka?

Il testo è senza dubbio complesso, la lingua è raffinata e allo stesso tempo la prosa è semplice e scorrevole. Per avvicinarsi a questa importante opera l’unico modo è non cercare di seguire il filo della trama, che ingarbugliandosi impedirebbe di goderne appieno. Basta non opporre resistenza e lasciarsi trasportare dalla prosa di Hedayat nei meandri delle visioni che si susseguono.

 

Sadeq Hedayat, La civetta cieca, Carbonio Editore, Milano 2020, p. 135, 14,50 €

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