Non bisogna accostarsi a questo libro con l’innocenza ingenua del lettore in cerca di emozioni e di un brandello di fantasia.
Bisogna avere il rispetto per certe cose oscura, che si impregnano di dolore e che lo fanno grondare, come inchiostro nero su un figlio.
La Purcell non narra soltanto una storia, ma intessa un incanto oscuro con un mormorio sommesso, con parole di fuoco.
Che tracciano e lasciano su di noi una strana bruciatura, a ricordarci come in fondo nella letteratura pulsa la vita.
Anche quella non bella, quella che rifiutiamo.
Il lato malsano di una vita che desidera apparire ai nostri occhi come seducente e splendida e nasconde le fattezze di morte e dolore, dietro vesti brillanti. Nessuno sa che queste stesse stoffe dai colori brillanti, morbide e soffici nascondo un corpo scheletrico di una Moira dal sorriso irto di denti acuminati. Pronti a sbranare ogni cuore in un feroce pasto.

Il filo avvelenato

Due donne e due destini, intrecciati a loro malgrado.
Una che rappresenta la noiosa realtà di ogni giorno, seppur ambientata nei primi dell’ottocento.
Eppure è cosi familiare quel suo muoversi in un universo ingiusto ma rassicurante, preda d problemi angosciosi eppure questi una sorta di gioioso passatempo intellettuale.
E in questa pigra armonia trovano il posto anche domande e voglia di conoscere.
Ma non la realtà nella sua brutale interezza, quanto perdersi in voli pindarici, pseudoscientifici e filosofici che poco possono servire a comprendere, davvero, cosa gronda dal filo avvelenato.
Marciume e lacrime, dolore e sangue.
Mani rovinate per imbastire un velo di bellezza dietro cui celare il disfacimento morale di un mondo che non è più storia ma presenta.
È questo che accade.
Quel filo che dovrebbe narrare incanti di stoffa, diviene l’arma con cui il dolore, l’amarezza di ingiustizie sociali scrive la sua condanna.
Verso chi non ode i lamenti, verso chi volta il viso, verso chi nel silenzio lo legittima.
Dorothea Truelove è la parte solare di questo universo distorto.
È giovane, bella e ricca.
Al contrario Ruth Butterham è il reale che si apre ai nostri occhi, incapaci di chiudersi di fronte alla banalità del male.
Un male che nasce dai bassifondi, da angoli della terra dimenticati.
Che oltrepassa il tempo, le ere, le società e persino I confini geografici.
Giovane ma povera.
Incapace di poter dare una svolta alla sua esistenza perché quello stesso mondo, per sentirsi perfetto, ha disperatamente bisogno di lei.
E il suo oscuro potere, la rabbia verso il pregiudizio che ci divide eternamente, tra avvantaggiati e avvantaggiati, tra poveri e ricchi, tra privilegiati e miserabili, diviene improvvisamente il protagonista.
E I ruoli si ribaltano.
Dorotea non è più la giovane donna, la fanciulla capace con la sua bontà di riparare I torti, e Ruth non sarà più il male incarnato.
Quando queste due vite diverse si incontrano ognuna con la propria certezza, qualcosa di davvero perturbante accade: quel filo, il vero protagonista, avvelenato da tanti troppi sentimenti di rancore, rabbia, odio e disperazione prende vita e inizia a costure uno strano legame.
Permettendo a ogni anima di assorbire qualcosa dell’altra.
Luce e buio si guardano negli occhi, si riconoscono e si scambiano linfa vitale.
Dentro Dorotea esiste un po di Ruth e dentro Ruth un po di Dorotea. Dentro l’apparente luminosità esiste una piccola porzione di buio che avanza, cambiando le carte in tavola.
E dentro Ruth si fa strada quel senso di pace tanto agognata.
E allora qualcosa di terribile accade e i segreti, tutti i segreti, vengono allo scoperto.
Ed è dalla reazione di ognuna allo svelamento del vero che si decidono I destini. Non dalla scienza, non da una certezza, neanche dalla Frenologia, tentativo patetico dell’uomo di arginare il libero arbitro e forse di giustificare un male senza affrontarlo alla radice.
Proprio li, nella patria del vizio e della divisione, lì in quella nostra ossessiva ricerca della gerarchia, della differenza capace di sottomettere invece che di liberare e esaltare.
In ogni sistema sociale che è incapace di proteggere I suoi figli e li lascia marcire alcuni, nei bassifondi di ogni città e di ogni borgo.
Laddove nel silenzio si compiono atrocità e nel silenzio I delitti restano impuniti.
È il filo avvelenato a raccontare la sua storia, avvelenato da un mondo in cui manca la compassione.
Ieri come oggi.

Commento

Un libro intenso, forte e anche difficile da affrontare.
Ma anche bello nonostante parli di dolore e di fragilità.
-Alessandra Micheli
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