All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Confortate di pianto è forse il sonno

Della morte men duro? Ove più il Sole

Per me alla terra non fecondi questa

Bella d’erbe famiglia e d’animali,

E quando vaghe di lusinghe innanzi

A me non danzeran l’ore future,

Nè da te, dolce amico, udrò più il verso

E la mesta armonia che lo governa,

Nè più nel cor mi parlerà lo spirto

Delle vergini Muse e dell’Amore,

Unico spirto a mia vita raminga,

Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso

Che distingua le mie dalle infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte?

 

Fin dagli albori del tempo iniziato dal sogno divino, l’uomo strano – essere senziente eppure cosi sedotto dall’abisso –  si è chiesto cosa ci fosse oltre il velo, quello che distingue la vita dalla morte.

Life/death

Cosa accadrà a quel corpo a cui, specie oggi, siamo tanto affezionati?

E i ricordi, le passioni, i sentimenti, i volti impressi sulla pelle, quelli amati e odiati saranno parte del placido oblio?

Non è possibile sostare per tanto in questo pensiero, così irruento e feroce.

Non è facile immaginare che prima o poi quest’esperienza sarà totalmente nostra.

Saremo lì, a un passo dal vortice, che immaginiamo come caverna oscura o cielo stellato, saremo noi a provare quel terrore e forse, lo speriamo tanto quella dolcezza.

Ma è tutto impossibile da sostenere.

Impossibile da narrare o da circoscrivere in concetti e coordinate.

Nessuno può.

Chi torna indietro racconta qualcosa di straordinario, ma la razionale coscienza ci fa dubitare di quello splendore.

O abbiamo paura, paura folle che sia tutta una chimera.

E cosi poeti, autori, perfetti cantastorie ci inondano di suoni e parole, come per arricchire e rendere meno tetro quel vuoto di comprensione.

Vita e morte, sorelle o nemiche?

Parti di un tutto o semplicemente punizioni date per qualche colpa atavica?

Una immersa nel dolore, nella rinuncia, nel senso costante di perdita.

Una nel mistero, adombrata di terrori, di immagini da incubo.

Ma entrambe cosi intente a bussare alla porta del cuore che, in un modo o nell’altro dobbiamo attutire quei colpi insistenti, alla porta.

E lo facciamo con la tecnologia, la scienza che tutto può.

Capace un domani di sollevare il velo prima che esso ci attiri con i suoi sussurri. E spiegare tutto, ogni mistero, ogni cesura dell’io, ogni incognita.

Ecco, il mondo che si presenta in questo libro, distorsione reale del nostro. Dove ogni cose deve essere recintata da messer concetto. Dove deve essere catalogata, sezionata, spiegata.

Per allontanare da noi la fragilità di questa carne che amiamo e al tempo stesso ci disgusta, perché transitoria.

Nel mondo di Mikeal nulla è più lasciato al famelico caso.

Razionale, ordinato, strutturato, una vita capace di mostrarsi fiera e orgogliosa a quel qualcosa che sembra muovere i fili.

Scacco matto al re, verrebbe da dire.

E la prima parte del libro è claustrofobica.

Cibo sintetico, il caso tenuto fuori dalla vita, ogni anomali studiata e fermata alla frontiera.

Tentare di gabbare quel dio che è nel tutto, quel Dio che si manifesta nel sistema uomo.

E per farlo per isolarla la divinità, si toglie l’anima e la creatività. La passione e persino il pericolo.

 

Creando un male mortale, che mette a repentaglio tutta la società e soprattutto l’arroganza umana.

Il famakon è l’ultimo ostacolo per divenire noi stessi tecno reti e divinità altrettanto potenti, altrettanto orgogliose pari a chi un girono disse non mangiate quella mela. Ma cosa sia questo “virus” nessuno lo sa.

Cesura nell’organismo?

O crea una ferita a un qualcosa di più profondo?

 

Ed è qua che il libro inizia.

E con lui quel viaggio da cui non si torna affatto uguali a prima.

Soltanto quando Mikeal cade vittima di quel morbo o di quella oscura malia, comprenderà allora il ruolo, salvifico, di ogni male.

Persino della malattia, e di quella morte che temiamo così tanto da dichiararle guerra.

E lo farà in un alta dimensione in compagnia di un drago, uscito direttamente dai sogni infantili.

E allora forse, tornerà la fantasia a abitare in noi.

E la morte, altra faccia della vita tornerà a essere compagna, amica e insegnante.

Perché anche la più grande paura può trasformarsi in dono.

-Alessandra Micheli

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