Dicono che Lovecraft ci ha donato incubi.

Menzogne dico io.

Gli incubi non ti danno questo strano sorso di libertà.

Il ritorno di Dagon

Non ti fanno bramare templi sommersi, ne oscure divinità capaci con un solo gesto di far sprofondare queste nostre inutili città.

Gli incubi non sono suadenti come un canto antico, non ti fanno sognare oltre il consueto e il consentito, non ti spronano a essere felici di tramutarti in qualcosa di diverso e di alieno.

Dicono che i grandi antichi fanno terrore.

Eppure non mi spiego perché, dentro ognuno di noi esiste il bisogno di vederli, di toccarli di richiamarli a noi.

Tra scogli di qualche città strana, distorta e piena di contraddizioni.

In un odore che abbiamo imparato a definire disgustoso ma che le nostre narici alla fine annusano quasi con cupidigia.

In luoghi selvaggi e abbandonati, dove la civiltà sembra non poter attecchire.. Nell’odore stangante dell’alga che si decompone, quando la nostra parte cosciente tenta di ribellarsi perché il mondo gli ha insegnato a temere lo strano, il weird, definendoli orrori, abomini e disgustose perversioni.

E cosi dal mare in tempesta, id uno dei simboli della decadenza del mondo, della gerarchia che abbiamo imparato a venerare, sani e folli, accettabili e dissonanti, un altro Dio, forse più democratico, più compassionevole sta emergendo.

Dal fondale di un racconto che conquista e affascina Dagon è pronto per reclamare il proprio posto nel mondo.

Per distruggere ciò che conosciamo, ciò che definiamo giusto, retto e dritto, per proporre la sua visione assurda, distorta, oscena, a noi che in fondo siamo un po’ figli di quella sua sana pazzia.

E tutto accade, come sempre in un mondo in cui i pensieri sino ben definiti, le identità salde, i valori rassicuranti nella loro orribile rigidità.

Dove quello che conta è il successo, il raggiungimento dell’acme di ogni desiderio.

Noi stupidi, inutili uomini, davanti a lui il Re dell’abisso profondo.

Lui che dorme in attesa del richiamo di chi ha bisogno del so potere o soltanto di credersi parte di qualcosa.

U racconto agghiacciante ma al tempo stesso ricco di una strana bellezza, soffusa, silenziosa, quasi impercettibile, che mi dispiace dirlo a tutti voi esseri che si credono perfetti, lineari e completi, titilla una strana esigenza presente in ognuno di noi, che no, non possiamo urlare a questo mondo ordinato, che ha bisogno di quei templi mastodontici, di quelle ombre cosi storte, di quell’entrata ciclopica e di quel trono su cui un pesante essere metà uomo e metà pesce, aspetta i suoi figli per riportarli all’antico Splendore.

Non è facile scrivere di Dagon, ne di richiamare a noi amanti degli antichi le atmosfere lovencraftiane.

Eppure per la mia e l a vostra gioia Daniele Pisani ci è riuscito.

Eccome se c’è riuscito.

Daniele Pisani

Daniele Pisani, nato nel 1983, è ingegnere, scrittore e pittore. Finalista nel 2012 del Premio Tedeschi e nel 2017 del premio I sapori del Giallo di Langhirano, ha all’attivo più di venti e-book con Delos Digital di vario genere: horror, fantasy, thriller, thriller storico, viaggi, fantascienza, apocrifo sherlockiano. È coautore di Ramses il Figlio del Sole, quarto libro della saga Il romanzo dei faraoni, a firma del collettivo Valery Esperian, per Fanucci. Il racconto a esso collegato, intitolato Il sovrintendente, è apparso sui giornali La Sicilia e Il Cittadino. È presente sul n. 50 della Writers Magazine con il racconto breve di fantascienza Big Up. Il Giallo Mondadori Sherlock ha pubblicato in appendice al n.60 il suo racconto lungo Sherlock Holmes e l’indagine con Buffalo Bill e, sul n. 68, il suo romanzo Sherlock Holmes e il furto della Gioconda. Vive in provincia di Milano.

-Alessandra Micheli

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